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Strumenti di pulizia

Il  rosario indiano
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Il mala è il “rosario” indiano, una fila di grani molto simile al rosario.  Si usa in meditazione per conteggiare la ripetizione dei mantra (invocazione o preghiera). In un filo del mala ci sono 108 grani. Il numero 108 ha molti significati. Rappresenta i nove pianeti, moltiplicati per i 12 segni astrologici. Nella numerologia, il 108 è la 12ma ripetizione o somma del 9 che è il numero della completezza e della pienezza.
Il filo è chiuso con un grano speciale chiamato “meru” (meru è anche il nome della colonna vertebrale “merudanda”).  Quando si ripete il mantra, si parte dal grano chiamato meru e usando il pollice e il medio ci si sposta sugli altri grani e si contano le ripetizioni del mantra. Quando si raggiunge nuovamente il meru alla fine del “giro” il mala va girato e il movimento di conteggio continuato nella direzione opposta alla precedente (si torna indietro).
Il mala andrebbe “massaggiato” con dell’olio di vostra scelta prima di essere indossato o usato, questo per ravvivare i grani se il mala è nuovo.  Il mala può essere indossato come una collana, con il meru davanti, o come un braccialetto avvolto sul polso.
E’ buona cosa avere un mala diverso per ogni mantra, il mala assorbe l’energia del mantra e la porta con sé e chi lo indossa per tutto il giorno.
Ogni divinità ha il suo mantra, ogni situazione richiede il suo mantra, ogni cura ha il suo mantra che in India è collegato a invocazioni specifiche per le varie divinità. Un mantra sanscrito molto famoso come “om shanti”, che significa pace, può essere indicato x tutte le situazioni. Ma come mantra si può usare una preghiera a piacere (a seconda del proprio credo) oppure frasi o affermazioni positive come “sono in pace” o “vivo la vita con amore e gioia” o “sono benedetto” o “l’amore e l’abbondanza mi circondano e ricoprono la mia famiglia” e via dicendo in base alle esigenze e alla propria fantasia. L’importante è ripetere con il cuore e con la testa e ricordare che “tutto è uno”.
Questo mala è stato fatto artigianalmente con il nocciolo del frutto (che è di colore blu e simile a un’oliva) dell’albero di Rudraksha (Elaeocarpus ganitrus) latifoglia sempreverde della famiglia delle tiliaceae ormai alquanto raro in India. Più i semi sono piccoli e più sono considerati preziosi. Rara se non unica particolarità botanica è che questi semi sono attraversati da un naturale foro longitudinale.  I semi di Rudraksha sono dedicati a Shiva Mahakala, il re degli yogi. Sono considerati un dono di Shiva all’uomo, una manifestazione della sua compassione, un aiuto per alleviare le sofferenze dell’umanità. Nella tradizione popolare i mala composti con questi semi sono considerati di buon auspicio e dotati di poteri soprannaturali che donano a colui che li indossa non soltanto benefici fisici (neutralizzando le correnti “avverse”) ma anche la preservazione da pensieri ed azioni impure e dona la calma e la pace mentali, divenendo così un valido supporto per la meditazione e la pratica dello yoga.
Questo Rosario è stato prodotto artigianalmente in India e può quindi presentare delle imperfezioni, non sono stati impiegati minori nella sua produzione.


Incenso

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Donato dai Magi a Gesù, rappresentava la sua divinità. Le Upanishad (antichi testi sanscriti) dicono che il fuoco interiore “è il vero incenso”. Il suo utilizzo è sempre stato legato a pratiche spirituali, in India nell’adorazione della divinità, si celebra la puja, offrendo incenso, fuoco, fiori, cibo.
L’incenso è il simbolo dell’unione di Fuoco e Aria, ha la capacità di risvegliare i sensi assopiti dell’uomo e di avvicinarlo alle proprie capacità occulte. Il filo di fumo che si innalza dall’incenso, fragrante di erbe aromatiche e di preziose resine, è l’asse del mondo, una via di congiunzione tra cielo e terra, che crea un percorso per fuggire dal tempo e dallo spazio, verso l’alto, verso l’eterno, l’infinito, è una preghiera che sale, purificata dall’elemento fuoco. Usati da millenni per raggiungere un contatto con il sacro, i profumi dell’incenso, ci portano in una dimensione diversa, ci aprono il cuore, ci avvicinano a quello che siamo veramente, allo Spirito. Dove c’è il fuoco c’è il fumo, dove brucia il fuoco sacro, c’é armonia.
Continuando con la pulizia, dopo il jihva dhauti, il jali neti e il tatrak, non poteva mancare la purificazione dell’ambiente in cui viviamo, della nostra casa, del nostro angolo di pratica. L’incenso da millenni è usato per amplificare lo spazio arricchendolo con una energia più leggera e sottile. Perché una purificazione sia vera e soprattutto efficace, è importante evitare le fragranze artificiali e mai esagerare con l’intensità dell’incenso. Di norma è sufficiente utilizzare un unico cono o bastoncino e lasciare che nell’aria aleggi un sentore vago in grado di tracciare l’eco di un richiamo, più che imporsi come qualcosa di forte che potrebbe stordire. Per le pulizie generali è importante non restare nella stanza, come pure è consigliabile trattare a fondo i diversi ambienti in momenti successivi per evitare che le fragranze si sovrappongano coprendosi a vicenda. Là dove è possibile, queste fumigazioni vanno fatte a locali vuoti, ponendo l’incenso al centro della stanza o della casa e tenendo chiuse porte e finestre che danno sull’esterno, lasciare che l’ambiente si saturi fino a colmarsi di una nebbia profumata, e poi permettere alle essenze di fare il loro effetto per qualche ora. Alla fine aprire porte e finestre, così che tutto il fumo fuoriesca, questi fumi attirano e assorbono le energie morte e le spingono fuori dalla casa, che rimarrà rinfrescata, pulita e fragrante.
Quando si celebra un rito si utilizza dell’incenso, ma se non porti con te il tuo fuoco interiore, l’incenso è poca cosa: ogni simbolo ha una controparte interiore. Nello stesso modo in cui gli incensi emanano una fragranza, anche il fuoco interiore ne sprigiona una: più sei centrato in te stesso, più la tua intera presenza diventa un profumo e coloro che sono aperti e ricettivi lo avvertiranno. Non limitarti a utilizzare l’incenso esteriore, attiva anche l’incenso interiore. E questo incenso interiore si può conseguire solo attraverso la consapevolezza. Solo allora si scopre la fiamma interiore.
Questo incenso è stato prodotto artigianalmente in India e può quindi presentare delle imperfezioni, non sono stati impiegati minori nella sua produzione.


Jihva Dhauti 

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In sanscrito con JIHVA DHAUTI si definisce la pulizia delle lingua, che avviene con l’uso di uno strumento chiamato NETTALINGUA.  Jihva Dhauti è una parte importante del Shatkarma: le tradizionali tecniche di pulizia del corpo intese a mantenere il tratto digestivo pulito ma che influenzano anche il tratto respiratorio, le orecchie e gli occhi.
Secondo l’Ayurveda il nettalingua va utilizzato quotidianamente al mattino, prima di lavarsi i denti. Va usato tenendo le due estremità con una mano e, allungando la lingua all’esterno, l’arco del nettalingua va appoggiato vicino alla radice della lingua, quindi si tira poi ripetutamente lungo la lingua verso l’esterno, lavando ad ogni passaggio il nettalingua.
Jihva Dhauti rimuove “ama” cioè tutti i batteri e le tossine che si depositano sulla lingua e la libera da formazioni di sostanze nocive. Molti di questi batteri sono i diretti responsabili della placca dentale e delle malattie delle gengive, nonché dell’alitosi. La pulizia accurata della lingua previene inoltre l’infiammazione della gola, la rivitalizza e allo stesso tempo attiva e difende il naturale meccanismo di purificazione del nostro corpo, poiché stimola la produzione della saliva. A ragione del fatto che la lingua è in qualche modo collegata con il tratto digerente attraverso gli organi delle zone di riflesso (come il riflesso faringeo – la deglutizione), la pulizia della lingua può dunque favorire anche la digestione.
Dopo aver pulito la lingua con il netta lingua è consigliato effettuare dei gargarismi con olio di sesamo per ripristinare il naturale stato delle mucose.
Questa procedura non ha controindicazioni ma, anzi, ha un grande pregio quello di aumentare la funzionalità delle papille gustative. Unita alla pulizia dei denti, questa pratica diventa un’igiene orale completa.
A volte toccare particolari punti sensibili della lingua può scatenare il riflesso del vomito, ciò è facilmente evitabile rilassando molto bene lingua e gola ed espirando durante l’uso del nettalingua.  Usare sempre un nettalignua personale, da disinfettare dopo ogni utilizzo onde evitare il ristagno di batteri.
Questo nettalingua è stato prodotto artigianalmente in India e può quindi presentare delle imperfezioni, non sono stati impiegati minori nella sua produzione.


Thè Darjeeling
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Darjeeling è una suddivisione dell’India, capoluogo del distretto di Darjeeling, nello stato federato del Bengala Occidentale; la città ha un’altitudine di 2.037 m s.l.m., sulle alture dei monti Shivalik, le prime pendici dell’Himalaya. Il nome “Darjeeling” è l’unione di Dorje (“fulmine/diamante” in lingua tibetana) e ling (“luogo”): “terra dei fulmini”. Durante l’Impero Britannico in India (“British Raj”) il clima temperato la rese una stazione turistica montana per gli occidentali, che sfuggivano così alle asfissianti estati delle pianure. Darjeeling è internazionalmente nota per il suo tè nero e la Ferrovia Himalayana del Darjeeling, dichiarata Patrimonio mondiale dell’umanità dall’UNESCO. Le piantagioni di risalgono alla metà dell’Ottocento e sono una delle eredità inglesi. Gli imprenditori hanno sviluppato propri ibridi e originali tecniche di fermentazione delle foglie, dando origine a un tra i più apprezzati nel mondo, soprannominato “lo champagne dei tè”. In piccole piantagioni su terreni impervi, chiamate “giardini”, si raccolgono ancora manualmente le foglie e i germogli della pianta del tè.  Le migliori infusioni danno un tè leggero, chiaro, con un aroma floreale. Il sapore è leggermente astringente nei tannini, con una nota muschiata, che gli intenditori paragonano all’uva moscato. È presente anche un lieve retrogusto.  Il Darjeeling è un tè che si fa amare per la sua speciale texture persistente nel tempo decisamente vigorosa e mordente. Pochi giardini produttori di tè in India sono protetti come quelli di Darjeeling, questo fa si che si possa parlare di tè speciali, esclusivi e ricercati sotto ogni profilo: si sorseggia in una sottile tazza di porcellana con manico; la teiera perfetta ha invece una forma inglese e panciuta. Il suo abbinamento più adatto, è con una saporita caciotta senese o con un buon croccante siciliano… La maggior parte delle foglie di tè Darjeeling diventano tè nero. Il tè, in origine venduto come medicamento, possiede moltissime proprietà benefiche per l’organismo: allevia la fatica, stimola la lucidità mentale e svolge anche un’azione diuretica, antisettica e antiossidante. Privo di calorie (a patto che non si aggiunga nè latte nè zucchero) e privo di sodio, il tè è ricco di vitamina A, C, B2 e P. Un suo consumo regolare fa bene alle ossa, ai denti e favorisce una corretta dilatazione dei grossi vasi sanguigni, migliorando notevolmente le condizioni di salute del cuore.  Uno studio pubblicato su “Circulation: Journal of the American Heart Association” ha trovato un forte legame fra il consumo di tè nero e la salute delle arterie negli individui affetti da problemi cardiaci. I benefici del tè nero derivano dall’alto contenuto di flavonoidi, potenti antiossidanti. Queste sostanze impediscono l’ossidazione delle lipoproteine di bassa densità, il cosiddetto colesterolo cattivo, che porta alla formazione di placche sulle pareti delle arterie.
Classico da pomeriggio e nelle occasioni speciali il tè Darjeeling sarebbe da bere con poco latte o senza.
Preparazione 1cucchiaino e ½ di tè + 1 tazza d’acqua a 95°
Fate bollire l’acqua a 95°. Mettete la dose desiderata di tè in una teiera.  Quando l’acqua avrà raggiunto la giusta temperatura, attendete 30”, versatela nella teiera sul tè e tenete in infusione 2-3 minuti.  Filtrate il tè e gustatelo senza latte né zucchero, che guasterebbero l’innata dolcezza e aromaticità di questo tè.
“Chiunque abbia usato la confortante frase “una buona tazza di tè” si riferisce invariabilmente al tè indiano.”  George Orwell

Buona degustazione!  Namastè!


LOTA per JALA NETI
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In sanscrito con Jala Neti si definisce la pulizia delle cavità nasali che avviene con l’uso di uno strumento chiamato LOTA.Il lavaggio nasale si pratica al mattino e fa parte dei rituali di pulizia, come il lavaggio dei denti, e si può praticare a tutte le età.  Favorisce l’igiene e la salute del tratto respiratorio liberando la mucosa nasale dal ristagno di muchi, polveri e pollini; può promuovere ed attivare il movimento delle ciglia della membrana nasale che assicurano il naturale trasporto di muco alla gola e quindi una continua pulizia del naso. Aiuta a risolvere i raffreddori e la sinusite, libera le orecchie, gli occhi e la gola. Ha un effetto calmante e induce una sensazione di leggerezza e di freschezza nella testa.  In caso di raffreddore si può eseguire lo Jala Neti più volte al giorno per avere un immediato sollievo. L’uso regolare migliora i sintomi di allergie e lo stato di salute generale (non va eseguito in caso di epistassi).
Usare un Lota personale, da disinfettare con acqua bollente al primo utilizzo e da pulire con acqua calda sempre prima e dopo l’uso onde evitare il ristagno di batteri.
Aggiungere 1 cucchiaino di sale da cucina per mezzo litro di acqua calda e scioglierlo completamente, versare l’acqua tiepida salata nel lota, inserire delicatamente il beccuccio del lota in una narice, respirare dalla bocca, piegarsi sul lavandino con il mento che si avvicina al torace e  la testa inclinata verso la spalla opposta della narice nella quale è inserito il beccuccio del lota, (es.: narice dx orecchio sx vicino alla spalla sx), sollevare il lota e lasciar defluire la soluzione salina che attraverserà la narice per passare ed uscire dalla narice opposta, lasciare defluire tutto il liquido, poi soffiarsi delicatamente il naso prima con entrambe le narici e poi singolarmente ogni narice fin quando il naso è asciutto.
Ripetere la procedura dall’altra narice.
Si potrebbe avvertire un leggero bruciore quando l’acqua inizia a scorrere nelle narici, perché le mucose non sono abituate al contatto con l’acqua. Tutto ciò passerà dopo aver praticato alcune volta jala neti.
Anche gli occhi potrebbero leggermente arrossarsi durante i primi tentativi, anche questo scomparirà ben presto.
Questo lota è stato prodotto artigianalmente in India e può quindi presentare delle imperfezioni, non sono stati impiegati minori nella sua produzione.


Il rosario indiano da polso
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Il mala è il “rosario” indiano, una fila di grani molto simile al rosario. Si usa in meditazione per conteggiare la ripetizione dei mantra (invocazione o preghiera).
In un filo di mala ci sono 108 grani, nel mala da polso sono ¼ esatto di 108 grani = 27. Il numero 108 è un numero sacro e ha molti significati. Rappresenta i 9 pianeti, moltiplicati per i 12 segni astrologici. Il diametro del sole è 108 volte il diametro della terra, la distanza del sole dalla terra è 108 volte il diametro del sole. La distanza media della luna dalla terra è 108 volte il diametro della luna. In Ayurveda ci sono 108 punti Marma che sono essenziali per la vita degli esser umani.
Usando il pollice e il medio ci si sposta sugli altri grani e si contano le ripetizioni del mantra. Quando si raggiunge il nodo alla fine del “giro” il mala va girato e il movimento di conteggio continuato dalla direzione opposta alla precedente (si torna indietro), fino ad arrivare a 108 (4giri del mala da polso).
Il mala andrebbe “massaggiato” con olio di vostra scelta prima di essere indossato o usato, questo per ravvivare i grani, se il mala è nuovo.

E’ buona cosa avere un mala diverso per ogni mantra, il mala assorbe l’energia del mantra e la porta con sé e chi lo indossa per tutto il giorno.
Ogni divinità ha il suo mantra, ogni situazione richiede il suo mantra, ogni cura ha il suo mantra che, in India, è collegato a invocazioni specifiche per le varie divinità. Un mantra sanscrito molto famoso come “om shanti”, che significa pace, può essere indicato per tutte le situazioni. Come mantra si può usare una preghiera a piacere (a seconda del proprio credo) oppure frasi o affermazioni positive come “sono in pace” o “vivo la vita con amore e gioia” o “sono benedetto” o “l’amore e l’abbondanza mii circondano e ricoprono la mia famiglia” e via dicendo in base alle esigenze e alla propria fantasia.
L’importante è ripetere con il cuore e con la testa e ricordare che “tutto è uno”.
Questo mala è stato fatto artigianalmente con il nocciolo del frutto (che è di colore blu e simile all’oliva) dell’albero Rudraksha (Elaeocarpus ganitrus) latifoglia sempreverde della famiglia delle tiliaceae ormai alquanto raro in India. Più i semi sono piccoli e più sono considerati preziosi. Rara, se non unica, particolarità botanica è che questi semi sono attraversati da un naturale foro longitudinale.
I semi del Rudraksha sono dedicati a Shiva Mahakala, il re degli yogi. Sono considerati un dono di Shiva all’uomo, una manifestazione della sua compassione, un aiuto per alleviare le sofferenze dell’umanità.
Da millenni le tradizione induiste considerano i mala di semi rudraksha potenti strumenti di guarigione e di illuminazione spirituale in quanto molte scritture tradizionali (shastra) ne elencano le proprietà medicinali, mistiche e astrologiche. Secondo la medicina ayurvedica indossare dei semi di rudraksha porta, grazie alle loro proprietà elettromagnetiche, effetti benefici su cuore, sistema nervoso e pressione sanguina oltre ad alleviare stress, depressione, ansia e stanchezza mentale. I mala composti con questi semi sono considerati di buon auspicio e dotati di poteri soprannaturali che donano a colui che li indossa non soltanto benefici fisici (neutralizzando le correnti “avverse”) ma anche la preservazione da pensieri ed azioni impure e dona calma e la pace mentali, divenendo così un valido supporto per la meditazione e la pratica dello yoga.
Questo mala da polso è stato prodotto artigianalmente in India e può quindi presentare delle imperfezioni, non sono stati impiegati minori nella sua produzione.